Venerdì 29 gennaio 2016 -ore 18,30​
presentazione del libro ​a cura di Viviana Farina ​
Il giovane Salvator Rosa. Gli inizi di un grande Maestro del ‘600 europeo
​​i​l libro sarà presentato da Stefano Causa, e Maria Grazia Leonetti Rodinò.

Sarà presente l’autrice
Il Giovane Salvator Rosa

Nel 1632, alle nozze della sorella con Francesco Fracanzano (1612-1656), Salvator Rosa (1615-1673) si dichiarava pittore di 17 anni, con bottega autonoma a Napoli, nella zona dello Spirito Santo. Francesco e suo fratello Cesare (1605-1651), introdotti presso Jusepe de Ribera (1591- 1651), dovettero quindi garantire al giovane parente l’accesso diretto alle opere del caposcuola.

Fu così che Salvatore Rosa si impadronì non solo dei temi pittorici cari allo Spagnoletto, ma anche di una pennellata ricca e materica. Al pari i disegni, forse ancora meglio dei quadri, recarono a lungo l’impronta di quella maniera grafica appresa nella Napoli dei primi anni Trenta, distinta dalla preferenza per la penna e l’inchiostro bruno e da un segno mobile e tremulo, rispondente alla ricerca di una pittura luminosa in chiaro. Meno congeniale alla rapidità espressiva di Rosa fu, invece, il disegno a matita rossa, sempre reso con tratto più greve che in Ribera e Aniello Falcone (1607-1656), maestri eccelsi nel medium grafico.

Tra il 1632 e il 1635 «Salvatoriello De Rosa» era entrato in contatto anche con Falcone, al secolo noto soprattutto per i dipinti di battaglia. Né vi è dubbio che al medesimo Aniello, attento scrutatore del paesaggio campano con luci fredde e limpide, eredi del tedesco Gottfried Wals (1590/1595 –1638/1640), vada fatto risalire il fondamentale interesse di Rosa per le nostrane rocce tufacee, indagate nello scorrervi in cima della luce e negli anfratti ombrosi, come per le acque dipinte con verità di riflessi. La lezione pittorica e tipologica di Filippo di Liagnio detto Napoletano (1589-1629) era stata, frattanto, parimenti determinante per Salvatore.

Di una «nuova vaghissima maniera di far paesi e marine, non più certo vedutasi fino allora per l’Italia» avrebbe poi parlato, ammirato, negli anni Settanta del Seicento, il biografo fiorentino Filippo Baldinucci.

Sul 1635 Rosa lasciava Napoli per Roma, dove rimase quasi due anni. Oltre alle ‘Marine’, proponeva le ‘Bambocciate’, con una convinta adesione alla moda della città Eterna. In principio era forse con lui Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro (1609/1610-1672 circa), autore di una serie di disegni a soggetto popolare testimoni del dialogo intessuto con Salvatore.

Rosa fu di nuovo a Napoli all’incirca un anno, per poi muoversi alla volta di Roma, al seguito del cardinale Francesco Maria Brancaccio. Straordinario paesaggista, egli otteneva allora incarichi dal duca di Modena, Filippo IV di Spagna, la chiamata a Firenze da parte dei Medici. Era l’estate del 1640. I generi pittorici appresi a Napoli andavano sempre più raffinandosi, il confronto con Filippo Napoletano diveniva più che mai urgente, i disegni sancivano il suo ruolo di erede della scuola di Ribera.

 

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